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Le incertezze sulla Brexit pesano sul mercato auto del Regno Unito (-7%)

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Le incertezze sulla Brexit pesano sul mercato auto del Regno Unito (-7%)

L’incertezza non piace ai consumatori: lo aveva rilevato Paolo Scuderi commentando la flessione del mercato italiano dell’auto del 2018 e lo ha confermato Mike Hawes a proposito del -7% contabilizzato da quello del Regno Unito anche per via della Brexit. Il primo è presidente dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), il secondo della Society of Motor Manufacturers and Tradders (SMMT).

“Sì” alla Brexit anche nei collegi dove operano i costruttori

Lo scorso anno sono state commercializzati quasi 2,37 milioni di auto nuove, il 7% in meno rispetto al 2017 già in calo (la flessione era stata del 5,7% a 2,54 milioni). Hawes ha spiegato che li dubbi dei consumatori – che sono poi gli stessi dell’industria del paese – riguardano la Brexit. A favore dell’uscita dall’Europa si sono peraltro espressi anche i collegi nei quali si trovano le fabbriche dei costruttori. Altre due ragioni del calo delle vendite sono il minor interesse per il diesel e, come in Italia, Germania ed in altri paesi d’Europa, l’entrata in vigore delle nuove norme sulle emissioni.

Hawes: “Il 2018 è stato un anno altamente turbolento”. Nel 2019 -2%

Il presidente della SMMT ha definito il 2018 come un anno “altamente turbolento” e per il 2019 ha anticipato una previsione con un’ulteriore contrazione delle vendite: -2%. La Brexit senza accordo sarebbe una “catastrofe per l’industria”. Il 15 gennaio è atteso il voto sull’intesa che la premier Theresa May ha raggiunto con l’Europa. L’accordo non è ritenuto perfetto dalle case, ma almeno garantirebbe un prolungato periodo di certezze per la fase di transizione. Da un’indagine (verosimilmente non troppo disinteressata) era emerso come in attesa dei chiarimenti sulla Brexit, un terzo dei costruttori avesse cancellato o posticipato gli investimenti nel paese.

La Brexit rischia di costare migliaia di posti di lavoro nel Regno Unito

Un decimo aveva anche fatto sapere di aver delocalizzato una parte della capacità produttiva all’estero o ridotto il numero degli addetti. Un esempio è quello della Jaguar Land Rover, controllata dagli indiani di Tata. La proprietà aveva annunciato che JLR avrebbe dovuto ridurre i costi di non meno di 2,8 miliardi di euro nel giro di un anno e mezzo. Nel frattempo ha investito in un sito in Slovacchia (1,2 miliardi) e secondo il Financial Times avrebbe in mente un piano di ridimensionamento dell’occupazione che potrebbe raggiungere le 5.000 unità. Mini, invece, fermerà la produzione per un mese.

 

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