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Dieselgate. Quattro ex manager Audi incriminati negli Stati Uniti

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Dieselgate. Quattro ex manager Audi incriminati negli Stati Uniti

Le autorità degli Stati Uniti hanno incriminato quattro ex dirigenti di Audi nell’ambito del dieselgate. Il Dipartimento di Giustizia contesta loro varie violazioni di legge per il cosiddetto “defeat Device”. Il software era stato installato sui motori diesel da 3.0 litri su veicoli di vari marchi commercializzati negli USA.

Procedimento aperto a Detroit, dove si era recato Diess

Il procedimento è stato aperto presso la Corte Distrettuale a Detroit. Herbert Diess, Ceo del gruppo Volkswagen, era appena stato al NAIAS: la notizia arriva proprio mentre il salone dell’auto è ancora in corso. Per diverso tempo i top manager avevano precauzionalmente evitato trasferte negli Stati Uniti, dove due ex collaboratori sono già stati condannati.

Gli incriminati sono Bauder, Eiser, Knirsch e Nagel

I quattro dirigenti sono Richard Bauder, già responsabile dello sviluppo dei motori a gasolio di Audi a Neckersulm, Axel Eiser, capo della divisione sviluppo motori a Ingolstadt tra il 2008 ed il 2013 ed il suo successore Stefan Knirsch, poi promosso a direttore della Ricerca e Sviluppo, e Carsten Nagel, responsabile delle omologazioni dei propulsori a Neckarsulm. Nella lista dei ricercati da parte della giustizia americana ci sono sempre anche l’italiano Giovanni Pamio e Martin Winterkorn. L’ex Ceo del gruppo aveva dovuto dimettersi dopo la deflagrazione del caso, nell’autunno del 2015.

Le transazioni da oltre 25 miliardi non hanno chiuso il dieselgate

I cittadini tedeschi non rischiano l’estradizione negli Stati Uniti. Le nuove incriminazioni non sembrano aprire novi scenari nel dieselgate, ma evidenziano come dal piano civile (il gruppo Volkswagen ha già accettato di pagare oltre 25 miliardi di dollari tra multe e compensazioni negli USA) il dieselgate sia stato spostato su quello penale. La posizione più critica sembra quella di Eiser, sul quale gravano quattro capo di imputazione. Il caso è costato il posto di Ceo a Rupert Stadler, arrestato dalle autorità tedesche e poi liberato su cauzione.

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